La fertilizzazione incrociata

La fertilizzazione incrociata

*L’editoriale del prof. Gilberto Muraro per il numero di maggio di VIMMNEWS
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Fertilizzazione incrociata. Termine difficile e tuttavia concetto elementare in campo scientifico. Significa che ci si istruisce a vicenda. Concetto noto da sempre, si dirà allora. Sì, ma negli ultimi anni il raggio della reciprocità si è così dilatato da modificare in profondità l’organizzazione della ricerca.

Una volta la ricerca era quasi esclusiva delle università, che erano organizzate su istituti monocattedra: in ogni ateneo, una materia – un professore, con uno o pochi allievi, uno dei quali destinato a subentrare e continuare la “scuola”. Il dibattito tra scuole era vivo; ma di fatto l’organizzazione lo rendeva molto più limitato di quanto non sia oggi, anche nello stesso ambito disciplinare; senza contare che i confini disciplinari erano pressoché invalicabili.

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Un’organizzazione del genere si palesò presto inadeguata di fronte allo sviluppo dell’università di massa, che portava a moltiplicare le cattedre dello stesso settore in ogni ateneo, e con lo sviluppo di studi sempre più di base che rappresentavano il denominatore comune di più cattedre. Una spinta in tal senso venne anche dallo sviluppo della ricerca presso le imprese, centrata sui problemi e sulle loro soluzioni; e i problemi, ironizzava un vecchio cattedratico, non hanno la buona creanza di rispettare i confini delle discipline accademiche, sicché sono gli studiosi che devono adattarsi alla loro complessità.

L’humus prodotto da simile evoluzione ha spinto a un dialogo intra e interdisciplinare sempre più sistematico e ad un’organizzazione atta a favorirlo. Si spiega così lo sviluppo di grossi dipartimenti pluricattedra, che la riforma Gelmini ha alla fine reso obbligatori, e di centri interdipartimentali che chiamano più discipline a operare congiuntamente sulla stessa area tematica. Su certi temi nuovi, come l’ambiente, lo spazio, il clima, si sono inoltre formati studiosi “transdisciplinari” che hanno superato il dialogo interdisciplinare tra materie distinte e hanno unito pezzi di vecchie discipline per creare nuovi paradigmi scientifici e didattici.

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Il VIMM è un positivo frutto di questa evoluzione, un frutto assolutamente pionieristico per l’Italia che seguiva con molto ritardo i nuovi modelli organizzativi della ricerca scientifica in campo internazionale. Fu merito dei fondatori – Carafoli, Pagano, Schiaffino – l’aver compreso già nella prima metà degli anni ‘90 che le residue e resistenti frontiere della medicina , dopo le impressionanti conquiste dei decenni precedenti, potevano essere affrontate solo andando sempre più alla base delle patologie e unendo sempre più gli sforzi tra biologia e clinica.

Da qui i due principali tratti distintivi del VIMM. Il primo riguarda il metodo, che unifica i quasi 20 gruppi di ricerca operanti su patologie diverse ma tutti all’insegna della medicina molecolare, al cui sviluppo concorrono medici, biologi, fisici, chimici, ingegneri. Ne è un riflesso la stessa composizione del Comitato scientifico internazionale, che annovera due Premi Nobel in medicina e due Premi Nobel in Chimica. Il secondo tratto distintivo riguarda l’organizzazione fisica dei laboratori. Non ci sono macchine di un gruppo di ricerca che, come nei dipartimenti universitari, siano di esclusivo uso dei titolari, magari restando spesso sottoutilizzate una volta chiuso un determinato progetto che ne aveva giustificato l’acquisto. E neppure ci sono spazi esclusivi, che potrebbero volta a volta risultare sovrabbondanti o insufficienti. Al VIMM si trova realizzato il duplice concetto di spazio comune e di utilizzazione intensiva delle attrezzature che appartengono all’istituzione e che tutti usano secondo le modalità programmate dalla direzione. Rispetto al modello dipartimentale a spazi e impianti divisi, ciò consente un forte risparmio di spesa a parità di dotazioni o maggiori dotazioni a parità di spesa. Sul piano economico, tanto basterebbe a giustificare tale modello aperto ed accentrato. Ma esso ha una ben più importante giustificazione. Si tratta di favorire, nel rapporto tra ricercatori dei vari gruppi, il confronto sistematico e lo scambio estemporaneo ma continuo di informazioni, giudizi, suggerimenti. La fertilizzazione incrociata, appunto, un modo di crescere insieme che assicura maggiore produttività scientifica a parità di risorse intellettuali e fisiche. Al VIMM c’è, e ne siamo orgogliosi.

Gilberto Muraro

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